L’educazione ha bisogno di continuità, non di perfezione

A cura di Erika Di Martino

Con l’inizio di un nuovo anno, in molte famiglie e in molti ragazzi riaffiora una sensazione familiare: la spinta a migliorare, a diventare più regolari, a “rimettere a posto le cose”. Questo bisogno attraversa lo studio, l’organizzazione delle giornate, le scelte educative, ma anche il modo in cui adulti e giovani si percepiscono e si giudicano.


La partenza è spesso carica di slancio. Buoni propositi, programmi chiari, aspettative alte. Poi, dopo qualche settimana, l’energia iniziale si affievolisce. Non per mancanza di volontà, ma perché il cambiamento viene costruito su un presupposto fragile: l’idea che la vita proceda in modo ordinato, lineare, sempre sostenuta dalla motivazione. In realtà, le giornate sono fatte di discontinuità, stanchezza, imprevisti, oscillazioni emotive. E ogni percorso che ignora questo dato prima o poi si incrina.


In ambito educativo, uno degli errori più frequenti è progettare tutto sui giorni “buoni”: quelli in cui la concentrazione è alta, l’umore stabile, l’energia disponibile. Ma l’apprendimento non si consolida nei momenti eccezionali. Si costruisce nei giorni normali. È lì che un percorso dimostra se può davvero durare nel tempo.


Per questo diventa essenziale distinguere tra ciò che sarebbe ideale fare e ciò che è concretamente sostenibile. Ogni progetto educativo ha bisogno di un punto di base, un livello minimo chiaro e non negoziabile: non il massimo sforzo possibile, ma il minimo che consente di andare avanti senza interrompersi. Quando questo livello è definito, non si vive più ogni difficoltà come una caduta. Si resta nel processo. E ciò che non si interrompe, nel tempo, produce risultati.


Ridurre il minimo non significa rinunciare all’ambizione. Significa aumentare la possibilità di continuità. Ed è la continuità, molto più dell’intensità, a rendere l’apprendimento reale e duraturo.

Crescere significa orientarsi, non eliminare gli errori


Un altro punto cruciale riguarda il rapporto tra chiarezza e azione. La nostra cultura spinge a voler capire tutto prima di partire: scegliere il percorso migliore, la strategia perfetta, la decisione giusta. Come se fosse possibile avere una visione completa prima di muoversi. Questo atteggiamento, soprattutto nei ragazzi più sensibili e riflessivi, spesso genera immobilità. Si resta fermi in attesa della certezza.


Ma la chiarezza non nasce dall’analisi teorica. Nasce dall’esperienza. È attraverso il movimento che si raccolgono informazioni utili. In educazione non serve vedere l’intero tragitto per iniziare: è sufficiente vedere il prossimo passo.


È come viaggiare di notte: i fari illuminano solo un breve tratto di strada, ma quel tratto basta per continuare. Avanzando, il percorso si svela. Pretendere di avere tutto chiaro prima significa, di fatto, non partire mai.


Quando una famiglia o un ragazzo percepisce di muoversi in una direzione sensata, anche se non perfettamente definita, il sistema emotivo si rilassa. L’ansia si riduce, il corpo esce dallo stato di allerta, l’apprendimento diventa accessibile. La ricerca della perfezione irrigidisce. Una direzione sufficientemente chiara, invece, orienta.


C’è poi un elemento spesso trascurato ma decisivo: il significato attribuito all’errore. In molti contesti educativi, sbagliare è ancora vissuto come una valutazione personale: non sono capace, non sono costante, non fa per me. Questo schema riguarda i ragazzi, ma anche gli adulti che li accompagnano.


Eppure, ogni processo di crescita reale include deviazioni, rallentamenti, cambi di rotta. La differenza non sta nell’evitare gli errori, ma nel modo in cui si rientra nel percorso.


Correggere significa osservare cosa non ha funzionato, raccogliere dati, adattare la direzione e proseguire. È un’operazione neutra, quasi tecnica. Il giudizio, invece, è emotivo e definitivo: trasforma un’informazione utile in un’etichetta. Quando l’apprendimento viene associato al dolore del giudizio, la reazione naturale diventa l’evitamento.


La vera competenza non è non sbagliare mai, ma saper rientrare senza vergogna, senza drammatizzare, senza azzerare tutto. La costanza non è un atto eroico. È un meccanismo fatto di piccoli aggiustamenti ripetuti nel tempo.


Quando cambiano questi tre elementi – l’idea di costanza, il rapporto con la direzione, il significato dell’errore – cambia radicalmente l’esperienza educativa. Non perché diventi più semplice, ma perché diventa più aderente al funzionamento umano.


Molte delle difficoltà che oggi emergono nello studio non nascono da mancanza di capacità o di impegno, ma da modelli troppo rigidi, che non lasciano spazio alla vita reale. Rivedere questi modelli significa creare contesti in cui crescere non sia una prova continua, ma un processo possibile.


L’educazione non ha bisogno di perfezione.

Ha bisogno di basi sostenibili, di direzioni sensate e di correzioni rapide e rispettose.

È da qui che nasce una crescita autentica, condivisa e duratura.


Uno spazio di riflessione


Qual è oggi il livello minimo che potrebbe rendere un percorso educativo più sostenibile?


In quale ambito sarebbe sufficiente vedere solo il prossimo passo per poter andare avanti?


Come cambia l’apprendimento quando l’errore diventa informazione invece che giudizio?


Con l’augurio che questo nuovo inizio d’anno possa essere vissuto con maggiore lucidità, fiducia e rispetto dei propri tempi, auguriamo a tutte le famiglie un anno orientato alla continuità, non alla perfezione.


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